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Appennino, atto d’amore

Pubblicato da Cristina Bellon in Appennino · 28/3/2018 10:55:00
Il cammino di Paolo Piacentini, presidente di Federtrek, dalle Cinque Terre al Lazio, sulla dorsale appenninica. Novecento chilometri per riscoprire bellezze di un territorio dimenticato.



Ci inviano e volentieri pubblichiamo.

Di Cristina Bellon

Gli Appennini hanno bisogno di noi. No, niente a che fare con i soliti appelli sentimentali per lettori distratti. Stavolta le montagne del Centro Italia fanno notizia, protagoniste di un libro che racconta una grande avventura, vissuta a quattro piedi.

L’autore del libro “Appennino, atto d’amore”, edito da Terre di Mezzo, è Paolo Piacentini, presidente di Federtrek e ideatore delle giornate del Camminare. Il lungo viaggio tra sette regioni risale a nove anni fa, ma la memoria di Piacentini non tradisce, e nemmeno la sua sensibilità che regala grandi emozioni.

L’avventura, programmata da tempo con il carissimo amico Beppe, è iniziata nella primavera del 2009, ed è “nata dal bisogno di conoscere, passo dopo passo, le ferite e le minacce contro cui lottano quelle montagne che ci sono entrate nel cuore quando avevamo solo vent’anni.” Partiti da Riomaggiore, hanno camminato per un mese lungo 900 chilometri attraverso la dorsale sino ad arrivare a Castel Madama, passando per Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio. Più che seguire percorsi noti, si sono affidati al fiuto di chi la montagna la conosce, la ama e la vive.

I dettagli dei racconti fanno vibrare il cuore, perché vorresti essere lì, in quei sentieri, e respirare l’aria pulita di luoghi magici, che esplodono con vivacità dalle pagine del diario di viaggio. E sai che quei luoghi esistono e potresti visitarli. Un atto d’amore, dunque, che non è solo una piacevole guida escursionistica commentata per attirare visitatori. È un impegno civile, un’eco che deve giungere sino a Roma, dove le leggi vengono fatte. “Si continua a pensare” scrive Piacentini “che il futuro delle montagne passi attraverso una nuova pedemontana o un raccordo autostradale che taglia in due vigneti di pregio e paesaggi unici: vuol dire non avere un’idea di Paese che deve sposare la sostenibilità ambientale e sociale.”

Chi decide di conoscere un territorio utilizzando gambe, cuore e mente, entra in empatia con esso. Chi calpesta il suolo, rapito dalla dolcezza dei paesaggi, non potrà mai maledirlo o non averne cura. Si diventa assaggiatori, connoisseur, e mica per disincanto o per mestiere, ma per consapevolezza e riconoscenza. Ci si innamora, ecco tutto.

Il territorio restituisce sempre quello che riceve. Come dice Piacentini, le nostre montagne hanno bisogno di un nuovo patto tra città e campagna in cui i giovani possano avere un ruolo fondamentale. Questa nuova alleanza presuppone che gli abitanti delle città capiscano che la loro vita quotidiana incide sulla tutela delle risorse naturali custodite nel territorio. Il legame è indissolubile.

Se qualcuno, in questo momento storico, dovesse chiedere all’autore a quale partito appartiene, lui risponderebbe: “Appartengo all’Appennino… una terra che ti dà molto e che ha bisogno di essere ricambiata con amore in termini di riconoscenza e cura. Uno dei mali del presente è il vivere senza la consapevolezza di essere parte della geografia dei luoghi in cui si abita.” Anche il giornalista Paolo Rumiz, che firma la prefazione, si chiede come fa l’Italia ad abbandonare l’Appennino. Fino a concludere che “se l’Italia perde l’Appennino, perde se stessa”.




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